Cinema indipendente

Una rinascita silenziosa e necessaria

Articolo di Giuseppe Aquino regista

C’è un silenzio speciale nelle piccole sale cinematografiche, quello che precede l’inizio di un film. Un silenzio che non è solo attesa, ma una promessa: che lì, davanti a quello schermo, ci sarà spazio per emozionarsi, pensare, cambiare. Dopo anni di crisi e marginalizzazione, quel silenzio è tornato a riempirsi. Il cinema indipendente italiano, dato per spacciato più volte, oggi torna a farsi sentire, a piccoli passi ma con una voce nuova, autentica e coraggiosa. Non fa rumore, non insegue algoritmi o classifiche da record. Ma conquista lo spettatore uno per uno, con storie che parlano all’anima, che nascono dalla realtà e si rivolgono al cuore.

Per comprendere la portata di questa rinascita, è necessario guardare al passato recente. Il cinema indipendente italiano ha vissuto un lungo periodo di marginalità a partire dagli anni ’90, stretto tra le grandi produzioni commerciali e le trasformazioni del mercato audiovisivo. Se il neorealismo e l’autore cinematografico avevano dato all’Italia un ruolo centrale nel panorama mondiale del cinema d’arte, le logiche industriali e televisive del nuovo millennio hanno progressivamente ridotto lo spazio per il rischio, per la sperimentazione, per le voci fuori dal coro. Le grandi reti e le piattaforme hanno dettato gusti, formati, tempi. Il cinema che non rispondeva a questi criteri veniva spinto ai margini: invisibile nelle programmazioni, ignorato dalla promozione, a volte addirittura deriso.

Eppure, in quei margini, c’era la vita reale, le nostre storie. C’erano registi che raccontavano storie di migranti, periferie, malattia, lotta sociale, amore vero. C’erano produttori che mettevano in gioco i propri risparmi, attori che recitavano gratis per un’idea, giovani troupe che si arrampicavano sulle montagne con una reflex e uno zaino. Era un cinema fatto di resistenza e artigianato, spesso ignorato dalle istituzioni ma capace di parlare una lingua nuova. La crisi pandemica ha colpito duramente anche questi piccoli progetti, ma ha paradossalmente riaperto una breccia: il bisogno di un’altra narrazione, più umana, più lenta, più reale.

Oggi, qualcosa sta cambiando. Festival e rassegne che un tempo erano di nicchia stanno tornando a riempire le sale, e non solo nelle grandi città. In tutta Italia, dai centri sociali autogestiti ai cinema d’essai, si moltiplicano le proiezioni indipendenti seguite da dibattiti, incontri con gli autori, momenti di comunità. Le nuove generazioni, spesso deluse da un intrattenimento superficiale e omologato, si stanno avvicinando a questo linguaggio con curiosità e fame di verità. I film indipendenti non sono solo opere artistiche, ma spazi di parola, strumenti di cambiamento, testimonianze del tempo presente. Molti raccontano l’Italia invisibile: operai disoccupati, badanti straniere, giovani precari, famiglie spezzate. Ma anche periferie dimenticate, città invisibili, anziani soli, storie di fragilità giovanile e di resistenza quotidiana. Storie che sensibilizzano su temi sociali cruciali, accanto a racconti più intimi, fatti di vite normali, amori senza tragedie, piccoli inni alla bellezza dell’essere umano. Le nostre storie dentro le storie: un confronto silenzioso con la nostra quotidianità e con quei momenti straordinari che, prima o poi, bussano alla porta di tutti.

Non è pietismo, né una filosofia patinata, ma osservazione profonda, spesso poetica. Un cinema che osa, che scommette sulla bellezza dei dettagli, sulla forza del silenzio, sull’impatto di un volto vero. Un cinema che evolve e fa evolvere, che responsabilizza e trasmette messaggi di crescita collettiva. Abbiamo subito per decenni film finanziati con denaro pubblico, belli esteticamente ma privi di spessore. Abbiamo messo sul podio opere irreali e demenziali, trasformato comici in eroi con l’alibi del “successo di pubblico”. Ma da quando l’arte dovrebbe farsi guidare dal desiderio del pubblico? L’arte è – per sua natura – indipendente. È messaggio, spesso scomodo, talvolta anarchico. L’arte mette a confronto e si mette in discussione. E proprio attraverso l’arte cresce il pubblico. E, insieme, cresce anche l’artista.

La situazione cinematografica attuale è in via di guarigione. Le nuove generazioni, private della tranquillità apparente che aveva contraddistinto il secolo scorso, e messe a dura prova prima dalla pandemia e oggi dalle guerre e dal collasso climatico, si interrogano. Cercano risposte, o almeno domande migliori, anche nel cinema. Nella conoscenza. Non è detto che tutto cambierà presto, ma qualcosa si è rimesso in moto. I registi indipendenti trovano nel digitale un alleato per abbattere i costi e ampliare la distribuzione. Alcune piattaforme etiche, non orientate solo al profitto, stanno aprendo nuovi canali per portare questi film al pubblico, anche fuori dai circuiti tradizionali. Le micro-produzioni diventano sempre più professionali, attente alla sostenibilità economica e ambientale dei progetti. Crescono le collaborazioni con realtà sociali, scuole, associazioni culturali, movimenti civici. Il cinema indipendente torna a essere uno strumento educativo, formativo, politico — nel senso più alto e necessario del termine.

Il futuro potrebbe finalmente offrire un orizzonte in cui queste opere non siano più considerate “alternative”, ma riconosciute come parte essenziale del patrimonio culturale nazionale. A patto che si costruisca un sistema di sostegno vero: non basato su logiche clientelari, ma fondato su meritocrazia, trasparenza e innovazione. Serve una riforma profonda del finanziamento pubblico al cinema. Perché non creare una doppia via equa? Da una parte i fondi per le grandi produzioni, dall’altra un canale dedicato agli artisti del cinema indipendente, accessibile, snello, basato su un patto di responsabilità e visione.

La Direzione Generale Cinema dovrebbe individuare i registi indipendenti di talento (e non le produzioni) e riconoscere in loro un titolo di artista, per poi sviluppare un protocollo sul merito che ha la funzione di valutare gli anni di attività (minimo consigliabili almeno quindici continui) e le partecipazioni ed i premi ricevuti dai festival storici (festival con almeno dieci anni di attività continui). Inoltre, secondo la mia visione, il regista dovrebbe avere disponibile in chiaro un’attività cinematografica reale dimostrabile con CV con fonti di nomi, cognomi e indirizzi su ogni progetto scritto in modo che si possono fare controlli incrociati a campione. In più si dovrebbe conoscere gli artisti di persona, visionare i loro social, comprendere la corrispondenza della timeline dei post pubblicati, accertare le opere e le date indicate sul CV e chiedere di fare un test sulle reali competenze. In questo modo si potrebbe attivare una rete di investimenti a fiducia da elargire al regista indipendente sul progetto del film proposto con il solo soggetto cinematografico , accompagnato da una sceneggiatura aperta.

In questo modo la Direzione Generale del Cinema potrebbe erogare una quota fissa minima e massima. Il massimo contributo si otterrebbe con dei parametri identificabili nella storia del film, basandosi sull’argomento trattato. Secondo la mia visione, il rapporto tra il regista e la Direzione Generale del Cinema non dovrebbe avere come tramite avvocati, commercialisti, fiscalisti o tecnici burocratici. L’artista deve stabilire un patto di fiducia con la Direzione Generale del Cinema e raggiungere gli obiettivi prefissati. Questo gli darà la possibilità, ad obiettivi raggiunti, di ripetere la richiesta ogni anno.

Creare questa strada alternativa, secondo me, conoscendo bene i talenti indipendenti che abbiamo in Italia, farebbe salire nel giro di qualche anno il cinema italiano sulla vetta del mondo. Facendo i miei calcoli questa strada alternativa non toglie niente alla strada maestra che esiste per le grandi produzioni, sono certo che l’investimento che farebbe la Direzione Generale del Cinema con questa soluzione parallela avrebbe riscontri di grandi successi nell’immediato e forse applicandola, chissà se non si possa incontrare tra qualche anno i nuovi Rossellini, Visconti, De Sica,  De Santis, Germi, e tanti altri di quel periodo d’oro.

E’ chiaro che poi la strada si facilita con reti di distribuzione capillari, luoghi di proiezione diffusi, spazi che rendano visibile ciò che oggi resta nascosto. Ma soprattutto serve una nuova mentalità culturale: una che non consideri la cultura un lusso o un prodotto, ma un bisogno vitale. Le scuole, le università, i media devono fare la loro parte. Devono rieducare lo sguardo, insegnare a leggere le immagini, far comprendere che un film non è solo intrattenimento: è possibilità di incontro, racconto, guarigione.

C’è anche una riflessione profonda da fare, che va oltre il cinema. Viviamo in un tempo in cui le parole sono spesso urlate, i contenuti confezionati per l’attenzione fugace, i messaggi ridotti a slogan. Il cinema indipendente, nella sua lentezza e nella sua verità, ci propone una forma di resistenza etica. Resistere significa guardare negli occhi una storia e lasciarsi cambiare. Significa rifiutare la finzione rassicurante, accettare la complessità, entrare nel dolore senza paura, riconoscere la bellezza anche dove è imperfetta. Questo tipo di cinema non vuole fuggire dal mondo, ma tornarci dentro con più consapevolezza.

Carlo Delle Piane e Barnaba Bonafaccia

In definitiva, il ritorno del cinema indipendente italiano non è solo una buona notizia per gli addetti ai lavori. È un segnale che qualcosa si sta muovendo nel profondo del tessuto culturale del Paese. Che c’è ancora spazio per i visionari, per i narratori autentici, per chi crede che raccontare una storia sia un atto d’amore e di responsabilità. Che forse, in un tempo che sembra aver perso le parole, il cinema può ancora insegnarci a stare in silenzio. E ad ascoltare.

Giuseppe Aquino

Quando il cinema cambia la realtà: il caso del film indipendente L’Altra Infanzia

A cura della Gazzetta Della Sera

Un esempio concreto e storico di quanto il cinema indipendente possa influenzare la società arriva da L’Altra Infanzia, film scritto e diretto da Giuseppe Aquino, con protagonista uno degli attori più longevi e premiati del cinema italiano, Carlo Delle Piane, Barnaba Bonafaccia ed Eleonoria Cilia, Stefano Vicari, Antonella Ludovisi, Paolo Livadiotti, Marco Campari, Daniela Sollecito, Carlo De Biase con le musiche di Leandro Piccioni, Maurizio De Franchis e Ciro Perna.


Girato nel 2017 e presentato in selezione al Festival di Cannes 2018, il film affronta per la prima volta sul grande schermo il tema della povertà infantile legata al latte speciale e alla difficoltà, per molte famiglie italiane in grave disagio economico, di garantire ai neonati alimenti fondamentali per la sopravvivenza.

L’opera, distribuita fuori dai circuiti istituzionali, ha avuto un impatto così forte da ispirare — come confermato da fonti ufficiali — l’introduzione del Bonus Latte 400 nella manovra di bilancio statale, oggi legge dello Stato.
Nel video del Senato (intervento dalle 4:02:10 alle 4:03:40), VEDI viene citato proprio il bonus destinato alle famiglie con ISEE basso per l’acquisto di latte artificiale fino al sesto mese del neonato. La testata il mensile.it racconta come, già prima della fine delle riprese del film e prima che la legge fosse discussa in Parlamento, il giornalista che seguiva il progetto avesse iniziato a documentare l’iniziativa, accompagnando la produzione nella promozione di una raccolta firme destinata al Ministero della Salute e al Ministero delle Pari Opportunità. Leggi l’articolo del Mensile
È stato proprio durante la lavorazione del film che Giuseppe Aquino — colpito dalla gravità della situazione in Italia, e spinto da un senso di responsabilità profonda verso le madri più fragili — ha deciso di agire. Da quel momento, la missione sociale è diventata parte integrante dell’opera.

Un passaggio chiave di questa storia è rappresentato dal coinvolgimento della S.I.P. — Società Italiana di Pediatria, che ha sostenuto il progetto e ha contribuito alla sua diffusione. Come si legge nel verbale ufficiale del Consiglio Direttivo della SIP del 20 settembre 2017 (pag. 3), l’Associazione deliberò un contributo per il film, informando successivamente tutti i soci SIP con una lettera interna.
Non a caso, l’onorevole Mautone, pediatra e socio SIP, fu proprio colui che firmò e presentò la proposta di legge che introdusse il bonus latte speciale per le famiglie in difficoltà.

Un caso rarissimo — forse unico in Europa — in cui un film ha acceso un processo politico concreto, portando alla nascita di una misura di welfare che oggi tutela i più piccoli tra i piccoli.
Una conferma definitiva che il cinema indipendente, quando nasce dalla verità e dalla compassione, può davvero cambiare la realtà.

Guarda il servizio Rai Leggi l’articolo dedicato del Corriere Della Sera

👉 Scopri di più sul film L’Altra Infanzia

Giuseppe Aquino è un regista, sceneggiatore e produttore artistico indipendente. Vive e lavora tra Roma e Londra. Professionista dal 1987, è da sempre impegnato nel sociale. Specializzato in cinema d’autore ed etico, ha realizzato oltre 100 opere tra film, documentari, spettacoli teatrali e programmi televisivi.

Nel novembre 2023, il Festival Internazionale Cinematografico Naturalistico Ambientale, tramite il suo Presidente  Riccardo Forti unitamente alla giuria, hanno dichiarato che “Giuseppe Aquino è tra i più importanti e influenti registi d’autore nella cinematografia sociale in Europa” LINK che pongono la famiglia alla base dei valori etici di cui essa è promotrice. Questa dichiarazione è stata pubblicata con una tesi sull’identità sociale di Aquino ed è visibile sul loro sito e nel comunicato stampa LINK  Il riconoscimento è avvenuto alla consegna del Premio “Natura e Ambiente” dato al regista (12 premi dati in 25 anni di festival) da parte di Osvaldo Bevilacqua tra i il giornalista più importanti della televisione di Stato italiana, padrino e presentatore del festival. Un tratto distintivo della carriera di Aquino: pur essendo attivo dal 1987 come libero professionista con partita IVA, non ha mai richiesto né ricevuto finanziamenti pubblici, e non ha mai partecipato a progetti finanziati con fondi pubblici.