In un’epoca in cui l’informazione è spesso mediata, levigata o piegata ad algoritmi, questo giornale sceglie di tornare alla sua radice più pura: l’ascolto.
Frequenza Giovane
Con questa rubrica sperimentale, apriamo uno spazio inedito dedicato a una generazione che ha molto da dire, ma pochi luoghi in cui farlo in totale libertà.
OPERAZIONE PRATO VERDE: VOGLIAMO GIOCARE SOTTO CASA! di Tommaso A.

Ginocchia sbucciate e scarpe distrutte
Avete presente quando suona l’ultima campanella, lanciate lo zaino in un angolo e correte al parco con il pallone? Ecco, lì iniziano i guai. A Roma, ma pure in un sacco di altri posti, trovare un pezzetto di prato vero è più difficile che finire un livello
impossibile di un videogioco. Ci ritroviamo sempre a giocare sulla ghiaia che punge o nella polvere che sembra un deserto. Risultato? Scarpe distrutte (e i genitori che si arrabbiano!) e partite che sembrano più una lotta nel fango che una finale di coppa. Ma perché è così difficile avere un campetto vero sotto casa?

Soldi, scuse e roba noiosa
Quelli che comandano dicono sempre: “Non ci sono i soldi!”. Ma dai, non ci crede nessuno! Spendono un sacco di monete per cose super noiose e si dimenticano che anche noi abbiamo bisogno di spazio. Basterebbe un po’ di impegno per trasformare quegli spazi vuoti pieni di erbacce in piccoli stadi per noi. E non serve mica lo stadio della serie A! Basterebbe un bel rettangolo verde e una rete alta tutto intorno. Così la palla non finisce in testa alla signora sulla panchina e non si incastra ogni due minuti sopra un albero altissimo.
Basta con i completini tutti uguali!
La cosa che mi fa più arrabbiare è che se vuoi giocare su un prato decente, devi per forza iscriverti a una scuola calcio. Ma è una faticaccia! Devi camminare venti minuti, rispettare orari assurdi, subirti un allenatore che urla e – la cosa peggiore di tutte – metterti quei completini tutti uguali che sembrano una divisa. Ma io voglio giocare con la mia maglietta preferita! Invece, se non paghi un sacco di soldi per la retta, ti tocca tornare sulla ghiaia a sbucciarti i gomiti. Non è giusto: giocare deve essere un divertimento per tutti, non un impegno da grandi con la firma sul registro!
Vogliamo diventare campioni (ma dove?)
Poi però in TV si lamentano sempre: “Eh, ma non ci sono più i campioni di una volta nella Nazionale!”. Ma va? E dove dovrebbero imparare a fare i dribbling, sul cemento tra le macchine? Se non ci costruite i campetti proprio qui, nei parchi che abbiamo sotto casa, è ovvio che non diventeremo mai dei fenomeni. Dateci il prato e le porte e vedrete che gol vi facciamo vedere!
Tommaso. A.
IL MISTERO DELLA MERENDA CHE NON SI DIVIDE (E COME RISOLVERLO!) di Tommaso A.

Bambini “lontani” ma come noi
Vi è mai capitato di vedere in TV o in qualche libro quei bambini che vivono dove c’è la guerra o che non hanno neanche un soldo per comprarsi un gelato o qualcosa da mangiare? A me succede e mi chiedo sempre: “Ma perché?”. È un’ingiustizia gigante, più grande di quanto possiamo immaginare. Quei ragazzini sono uguali a noi, hanno voglia di giocare e di ridere, eppure la loro vita sembra un videogioco impostato al livello più difficile di tutti
Chi ha troppo e chi non ha niente
Nel mondo funziona in modo strano. Ci sono posti dove le persone hanno tutto: cibo a volontà, armadi pieni di vestiti e ogni tipo di risorsa. E poi ci sono altri posti, come in Africa, dove le famiglie non hanno quasi nulla e vivono nella povertà. È un po’ come se a ricreazione ci fosse chi ha dieci pacchetti di patatine e chi non ha neanche un pezzetto di pane. Non è giusto che noi abbiamo tutto e loro niente, vero?
Il fratello maggiore che deve imparare
Per spiegare questa cosa, ho pensato a due fratelli: uno è grande e forte, l’altro è piccolo e non ha nulla. Il fratello maggiore dovrebbe proteggere il piccolino, ma a volte si rifiuta di aiutarlo davvero. Forse non è cattivo, è solo che non sa come fare. Invece di regalare solo un panino, che dopo cinque minuti è finito e la fame torna, non sarebbe meglio insegnare al fratellino a coltivare il suo orto? Così potrebbe avere da mangiare sempre. Sarebbe come regalare un pallone e insegnare a fare i tiri a giro, così poi può giocare da solo!
La mia idea: un patto tra noi ragazzi
Ma ho pensato a una cosa ancora più bella per non aspettare i “potenti” che si perdono sempre in chiacchiere. Sarebbe fantastico se ognuno di noi potesse “adottare” un altro bambino nel mondo. Ma un’adozione vera, fatta da noi! Immaginate di fare una videochiamata e chiedere: “Ehi, ti è arrivato il mio vecchio PC? Ti piace il completino che ti ho spedito?”.

Una squadra senza confini
Sarebbe come essere in una squadra globale. Io compro un pallone? Ne prendo uno anche per te. Io metto da parte i soldini della merenda? Li mando a te per il tuo orto o per la tua scuola. Sarebbe un mondo dove un bambino aiuta un altro bambino, senza nessuno in mezzo che decide per noi. Forse è così che si batte la povertà: smettendo di fare i “grandi” e iniziando a fare gli amici per davvero!
Tommaso. A.
Perché i mister ci fanno fare esercizi che sembrano inutili? di Tommaso A.

Ciao a tutti! Avete presente quando arriviamo al campo, abbiamo una voglia matta di correre dietro alla palla e fare una super sfida, e invece il mister ci ferma subito? “Fermi tutti! Prima facciamo i saltelli, poi gli ostacoli e poi i passaggi precisi!”.
In quel momento a me viene un po’ da sbuffare. Ma perché dobbiamo fare queste cose che sembrano senza senso? Noi vogliamo solo giocare la partita, mica fare ginnastica noiosa!
Però, se ci pensiamo bene, questi esercizi servono a un sacco di cose. È un po’ come quando usiamo i pennarelli: se li lasciamo aperti e senza cappuccio, la punta si secca e non colorano più bene. Il nostro corpo è un po’ così. Se iniziamo a correre fortissimo all’improvviso, senza aver “ammorbidito” i muscoli, rischiamo di farci male, di sentire un “ahi!” fortissimo e di dover stare fermi per tanti giorni. E restare a guardare gli altri che giocano mentre noi siamo in panchina è la cosa più brutta del mondo, vero? Quindi, meglio fare due saltelli prima!
Poi c’è il segreto della “testa pronta”. Avete presente quando giocate a un videogioco e i tasti vanno premuti velocissimi per non perdere? Ecco, gli esercizi servono a quello. Ad esempio, nel calcio, quando facciamo quegli esercizi dove dobbiamo passarci la palla velocemente con un compagno che ci corre dietro, stiamo insegnando al nostro cervello a essere super veloce. Se impariamo a pensare in fretta durante l’allenamento, quando poi arriva la partita vera saremo dei fulmini! Sapremo già cosa fare ancora prima che gli avversari arrivino da noi. È come avere un trucco magico per essere più bravi.
Certo, io però una cosa la direi ai grandi: a volte gli esercizi sono davvero troppi! Spesso passiamo tantissimo tempo a fare cerchi e file indiane e poi la partita dura pochissimo e finisce subito. Sarebbe bello se i mister ci facessero fare un po’ meno file e un po’ più tiri in porta, perché alla fine noi siamo lì per divertirci insieme!
Quindi, anche se quegli esercizi sembrano un po’ “uffa”, sono come le vitamine: ci rendono forti, veloci e ci aiutano a non farci male. Così potremo giocare tantissime partite senza mai fermarci!
SOS Azzurri: Ma che fine ha fatto la nostra Nazionale?

Un digiuno lungo come un gioco senza fine
Hai presente quando provi a superare un livello difficilissimo di un videogioco e continui a fare “Game Over”? Ecco, alla nostra Nazionale sta succedendo la stessa cosa da un bel po’. Pensa che l’ultima volta che l’Italia ha giocato un Mondiale era il 2014: dodici anni fa!
Praticamente alcuni di noi non erano nemmeno nati o stavano ancora imparando a non mangiare i pastelli colorati. È pazzesco se pensi che nel 2006 (che sembra la preistoria, ma sono solo 8 anni prima del 2014) avevamo addirittura vinto la coppa più importante di tutte.
Il campione che ha smesso di allenarsi
Immagina un ragazzo fortissimo a un videogioco, uno che vinceva sempre tutti i trofei. A un certo punto, però, ha iniziato a giocare meno, a non aggiornare più il controller e a perdere i colpi. Non è successo dall’oggi al domani, ma un po’ alla volta. Dal 2010 in poi, l’Italia ha smesso di sfornare campioni incredibili e c’erano anche meno figurine rare da scambiare, se capisci cosa intendo. In poche parole, non eravamo più i boss del cortile.

La ricetta per tornare a sorridere
Ma come facciamo a risolvere questo pasticcio? Secondo me servono due mosse furbe:
- Un allenatore che resti con noi: Non si può cambiare mister ogni due minuti!
Serve qualcuno che stia lì per anni, che impari a conoscere bene i giocatori e il loro modo di calciare. Con Roberto Mancini ha funzionato: è rimasto 5 anni e ci ha fatto vincere l’Europeo!
- Campetti per tutti: Come facciamo a diventare dei fenomeni se non abbiamo posti dove tirare due calci al pallone? È difficile diventare campioni se mancano i prati o gli spazi giusti. Dobbiamo sfruttare meglio ogni centimetro di terra che abbiamo!
L’esempio del Como (Sì, proprio loro!)
Guarda cosa ha fatto il Como: nel 2020 erano in Serie C (praticamente giocavano nel torneo della parrocchia), e ora nel 2026 lottano per la Champions League! Il segreto? L’allenatore Fabregas ha avuto fegato e ha fatto giocare i ragazzi giovani, che ora sono diventati fortissimi.
Quindi, se prendiamo le decisioni giuste e smettiamo di aver paura di far giocare i più piccoli, l’Italia può tornare a essere la regina del mondo. Io ci credo, e tu?
Pelé: Da una palla di calzini al trono di Re!
Un articolo di Tommaso A.
Ciao a tutti! Sapete che ho appena letto un libro pazzesco di Claudio Moretti? Parla di un tizio che è diventato una leggenda, ma che all’inizio non aveva nemmeno le scarpe per giocare. Sto parlando di Pelé!

Calci ai manghi e calzini appallottolati
Immaginate di voler giocare a calcio ma di non avere un pallone. Che fate? Pelé (che all’inizio tutti chiamavano Dico) non si è arreso. In Brasile, dove è nato, usava di tutto: manghi maturi, stracci vecchi o calzini arrotolati rubati dal cassetto di papà! Giocava sempre scalzo in strada con i suoi amici, perché le scarpe costavano un occhio della testa. Per comprarsi il suo primo paio vero, si è messo a fare il lustrascarpe, faticando un sacco per pulire le scarpe degli altri finché non ha avuto i soldi per le sue. Un vero boss, no?
Un provino alla velocità della luce
Un giorno, un ex giocatore della nazionale lo vede giocare e capisce subito che quel ragazzo ha il “turbo” ai piedi. Lo porta a fare un provino con il Santos (una squadra fortissima) e lo prendono in un batter d’occhio, proprio come quando trovi una figurina rarissima al primo colpo! All’inizio Pelé voleva scappare perché gli mancava troppo la sua casa e la sua mamma, ma meno male che è rimasto, altrimenti ci saremmo persi il giocatore più forte di sempre.
Più gol che caramelle!
A 16 anni era già il re del campionato. Avete presente quando nei videogiochi sbloccate tutti i potenziamenti? Ecco, lui era così. Con il Santos ha vinto il campionato ben 11 volte! Poi è volato in Svezia per i Mondiali e, a soli 17 anni (praticamente un ragazzino delle superiori!), ha alzato la coppa segnando pure due gol in finale.
Il record dei 1000 gol
Pelé è stato l’unico al mondo a vincere 3 Mondiali. E tenetevi forte: ha segnato più di 1000 gol! È come se facesse gol ogni volta che suona la campanella dell’intervallo. Per questo tutti lo chiamano “O Rei”, che vuol dire “Il Re”. La sua storia mi ha fatto capire che non importa se parti da zero o se giochi con un mango: se hai un sogno e corri forte, puoi diventare il migliore del mondo!